Quanto locale è il prodotto locale?

di Cristina Micheloni

Tutti d’accordo che il prodotto locale va privilegiato e che sarebbe tanto meglio per l’ambiente, per la nostra salute, per l’economia locale, financo per il paesaggio che tutti mangiassero ciò che qui cresce. Su questo nemmeno un dubbio, anzi nel biologico è proprio uno dei principi.
Ma è un po’ da allocchi non ragionare un po’ oltre lo slogan e provare a mettere il naso, o a concentrare 4 neuroni, su almeno un paio di questioni:
  • che il radicchio sia locale è relativamente facile da verificare… vado, vedo l’azienda, guardo che cosa ha nel campo… Ma sui prodotti zootecnici mi basta vedere che I polli o le vacche siano nella stalla dietro la casa del simpatico allevatore? Possiamo magari chiederci che cosa mangiano sti animali e scoprire che lì la filiera non è per nulla corta ma I km sono migliaia. Chiedete da dove arriva la farina di soia (o il seme di cotone, o il colza…) compone il mangime, ma anche da dove arriva il mangime e in quante “mani” è passato prima di arrivare in stalla. Se ha attraversato l’Atlantico lo consideriamo comunque un prodotto locale, tipico e a km 0? Se tra il campo di soia e il mangime ci sono 6 passaggi e altrettanti ricarichi è ancora filiera corta? Altro esempio: comperiamo il pane dal panettiere del paese, benissimo, ma gli chiediamo da dove arriva la farina? Stesso discorso per la pasta artigianale del laboratorio sotto casa, non è che farina e uova pastorizzate hanno attraversato per lungo o per largo la Penisola? Sempre tipico, locale, a km0?
  • purchè locale va tutto bene? Se fosse così non si comprende perchè in tanti paesi ci si lamenti dell’odore prodotto dagli allevamenti intensivi, più vicini a casa sono meglio è no? È km anche meno di 0! Non si capiscono nemmeno le lamentele di chi risiede in area viticola e mal sopporta il traffico degli atomizzatori in stagione di trattamenti.
La costruzione di sistemi alimentari locali è una cosa seria, complicata ma realizzabile, se tutti ci si metto con impegno ed onestà. Pericolosa la banalizzazione a slogan, dai siamo seri!
PS: tanto per dire, il regolamento europeo sul biologico richiede (senza deroghe!) che il 80% (almeno) dell’alimentazione delle vacche bio sia “locale” e soprattutto costituita da foraggi.
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