La transizione è una..ma ne manca un pezzo.

21.02.2021

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La transizione è una..ma ne manca un pezzo

di Cristina Micheloni

Leggiamo, con piacere, che con il nuovo governo ci sarà un impegno verso la transizione ecologica ed anche uno verso la transizione digitale. Poi però non trovo nulla sulla transizione agro-ecologica, che avrebbe dovuto connotare ciò che tuttora si chiama Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
Credo infatti che la transizione debba essere una sola ed assolutamente ecologica, termine però ben più complesso e sfaccettato, in cui ricade la mobilità e la decisione di costruire strade piuttosto che ferrovie o piste ciclabili, ricadono le scelte industriali, quelle energetiche, quelle sulla gestione della salute e del benessere delle persone e delle comunità … fino ad arrivare a quelle agricole, che comunque sono anche industriali, energetiche, di salute e benessere.
Soprattutto in questo momento in cui è la Commissione Europea a proporci di essere parte attiva nella transizione agro-ecologica tratteggiata nella strategia Farm to Fork, i cui ambiziosi ma necessari obiettivi hanno già subito un pesante tentativo di annacquamento da parte del Parlamento Europeo, con ruolo da protagonista della compagine politica nazionale e coro plaudente dei cosiddetti “portatori di interesse” (interesse di chi?).
Ma anche la transizione digitale, di per sé non mi pare un valore, se non è strumentale alla finalità che abbiamo sopra descritto, ovvero rendere più facilmente raggiungibili gli obiettivi ecologici globali e nello specifico quelli agro-ecologici.
Anche qui, per alcuni suonerà sorprendente, ma la realtà è più avanzata di ciò che la politica immagina e troppo spesso gli agricoltori (bio e non) debbono perdere prezioso tempo nell’interfacciarsi con enti pubblici che invece sono piuttosto maldestri in termini di digitalizzazione.

Volete un esempio?

Dopo tre anni di complicata gestazione è stato pubblicato ad inizio anno il bando per i progetti di ricerca per il biogico, eppure:
  1. in epoca predigital il MIPAAF emetteva un bando all’anno… questo ci ha messo 3 anni e non era questione di mancanza di fondi;
  2. il bando richiede la consegna dei progetti in forma cartacea e con firma in originale (!!!) accompagnata da… udite udite… un DVD con i file in pdf e in word!
A parte che… chi ce l’ha più un PC che legge i DVD? Ma non esiste la PEC o la firma digitale? Ogni agricoltore è obbligato a dotarsi di PEC da alcuni anni, il Ministero no? Un portale per il caricamento dei progetti è ormai in dotazione ad ogni Regione, possibile che non ve ne sia uno analogo al Ministero?
Niente polemiche ma guardiamo avanti, i cittadini sono pronti, buona parte degli agricoltori anche, gli strumenti, digitali e non, ci sono, quello che manca è la convinzione, da parte dei politici, che “si può fare”.
In Italia abbiamo già il 15% di SAU in bio, possiamo farcela a raggiungere e anche superare il 25% al 2030, che è uno degli obiettivi del F2F. Possiamo farcela anche a dimezzare l’uso di fitofarmaci dannosi, di antimicrobici e di fertilizzanti e non moriremo nemmeno di fame!
Infatti si può benissimo sfamare il mondo con l’agricoltura bio e le tecniche agro-ecologiche ma la strategia si chiama Farm to Fork perché deve coinvolgere tutti, anche quelli che tengono in mano la forchetta.

Che significa?

Che si può produrre abbastanza cibo per tutti (oggi e per i decenni a venire) senza aumentare le terre coltivate e senza gli OGM (vecchi e nuovi) ed anche senza l’eccesso di chimica di sintesi a patto che si sostenga la conoscenza (anche quella degli agricoltori), si riducano gli sprechi e si rivedano le abitudini alimentari riducendo la presenza di prodotti zootecnici. Serve una strategia che coinvolga tutti, appunto, e una sola transizione ecologica che riconosca all’agro-alimentare il ruolo che gli pertiene.
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