Cavolo che rapa!

25.10.2021

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Dalla puntata del 24 ottobre 2021 di Vita nei Campi, di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia, l’intervento di Cristina Micheloni. Qui puoi sentire l’intera puntata del programma.

Perdonate se oggi darò spazio ad una passione o fissazione molto personale, ma la stagione e l’echeggiare dei soliti refrain salutistici mi sono fatali. Di che parlo? Delle crucifere, famiglia di ortaggi che attualmente rallegra i nostri orti, le nostre dispense e le nostre tavole e tra essi uno in particolare: il cavolo rapa (si avete capito bene, il cavolo rapa, non il sedano rapa!).

Tutti i rotocalchi e le star mediatiche ci ricordano di quanto ci facciano bene cavoli, cavolfiori e tutte le crucifere, di quante sostanze antiossidanti contengano e di quanto siano preziosi nella prevenzione di diverse patologie….

Però si dimenticano di dire che tutto ciò è vero se li consumiamo crudi e non dopo averli bolliti e ripassati in padella.

Allora quante crucifere crude consumiamo in quantità utile? Qualche ravanello, il cavolo cappuccio, l’esotico dikon, qualche raro estimatore i cavolfiori (bianchi, viola,verdi..) non li cuoce… ma  troppo pochi conoscono appunto il cavolo rapa.

Personalmente l’ho assaggiato per la prima volta nei primi anni ‘90 e in Nord Europa, dove era piuttosto comune ad inizio inverno come una delle poche crudità disponibili. Poi con difficoltà l’ho ritrovato in Italia per decenni ma ora, con soddisfazione lo trovo dagli orticoltori biologici locali. Per chi non lo conoscesse… e so che siete in molti: è una varietà di Brassica oleracea che sviluppa poche foglie ma ingrossa il fusto poco sopra il terreno. Può essere di colore verde chiaro o violaceo, in tutti i casi è molto ricco d’acqua e dal sapore delicato. La parte edule è appunto il fusto ingrossato, una bella palla, che si può grattuggiare e condire o affettare e usare con il pinzimonio.

Seguendo la mia solitaria passione per le cucifere da consumare crude, ho poi scoperto che qualcosa di simile appartiene anche alla tradizione locale: la verza-rava. Che però è una Brassica napus ed è più nota come rutabaga o cavolo navone o cavolo svedese. E’ una vera e propia rapa ma ottima da consumo crudo.

Entrambi possono essere trapiantati a fine estate o inizio primavera e dare quindi produzione, rispettivamente, a inizio inverno e fino a quando il gelo ne ferma lo sviluppo, oppure a inizio estate. Nel caso del cavolo rapa le dimensioni limitate ne consentono un più agile uso, mentre per la verza-rava bisogna invitare qualche amico in più.

Non presentano particolari difficoltà di coltivazione, ma attenti alle carenze di boro che ne provocano cavità interne e parti fibrose poco gustose. Ora non è il momento di trapiantarle però potete assaggiarle cercandole appunto dagli orticoltori bio della zona, così, se poi vi piacciono, a primavera sapete che fare.

A parte le mie fissazioni: è un ottimo ortaggio, con ottimi motivi sensoriali e salutistici per cui consumarlo e per chi fa orticoltura per la vendita diretta è un interessante integrazione nell’offerta autunnale ed invernale…. Cavoli!

 

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