L’ecopopulismo dell’albero

8.11.2021

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Dalla puntata del 7 novembre 2021 di Vita nei Campi, di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia, l’intervento di Cristina Micheloni. Qui puoi sentire l’intera puntata del programma.

Dopo il G20 e la COP26 siamo tutti ancora più convinti ed ecologicamente schierati: la parola d’ordine è sostenibilità, che già da un po’ rieccheggia… Ma ora le abbiamo messe tutte in fila le problematiche e trovato la soluzione giusta: piantare alberi! 

E chi potrebbe dichiararsi contrario? Peccato però che già nel 2014, quella volta era a New York ed i paesi erano solo 40, si fissò l’obiettivo “deforestazione zero” entro il 2030, per poi lasciare che 5 milioni di ettari di foresta andassero perduti ogni anno tra il 2010 e il 2020 (dati della FAO).

E allora la soluzione che farà ritornare tutto sostenibile, visto anche l’incalzare del cambiamento climatico, è mettere giù alberi comunque e dovunque?

E’ evidente che è molto più appealing proporre di piantare alberi piuttosto che mettere in discussione la vera causa per cui questi alberi invece continuano ad essere tagliati: il nostro sistema agro-alimentare è il vero problema, anche se gli diamo una mano di verde e ci inventiamo aggettivi che piacciono ma nulla significano, come sostenibile o rigenerativo. E’ un problema a cominciare dall’allevamento, che è quello che maggiormente “taglia alberi” per lasciare spazio alla soia e ai bovini, ma continua ad essere un problema anche nell’uso di energia, acqua, suolo e risorse nella produzione vegetale, nella trasformazione (o ipertrasformazione, visto che siamo tutti cuochi da TV ma non da fornello) e nella logistica, che ci racconta la storia del km0 ma continua a far attraversare il mondo a mangimi, farine e molto altro

Quindi, va bene, piantiamo ancora alberi, magari consideriamo che alberi, dove e in che modo.

Ma questo non lava la coscienza nè dei cittadini/consumatori e men che meno dei decisori politici che hanno ora a disposizione delle somme ingentissime, tra PNRR, nuova PAC e molti finanziamenti privati, con cui si potrebbe davvero ristrutturare il sistema agro-alimentare in modo ragionevole, capace di futuro e in grado di affrontare i cambiamenti climatici.

La congiuntura è ultriormente propizia visto il grado di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Invece i due insulsi  aggettivi prima citati (insulsi perchè volutamente privi di significato): sostenibile e rigenerativo, sono e saranno le chiavi per allocare le ingenti risorse a chi continua a fare l’agricoltura e l’allevamento di sempre, con gli usuali impatti negativi sull’ambiente.

Insomma, una mano di verde e continuiamo tutto come prima ma sprecando (pardon, investendo) anche tutte le ingenti risorse che mai prima d’ora, e probabilmente nemmeno dopo, sono disponibili.

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