Dobbiamo seminare più mais?

5.04.2022

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Ogni primavera gli agricoltori cerealicoli si interrogano su che colture seminare, cercando di prevedere l’andamento del mercato, del meteo e del costo delle materie prime durante l’anno.

Far quadrare i conti non è facile.

Alla storica incertezza dell’agricoltura si sono aggiunti negli ultimi decenni la concorrenza dei paesi esteri (EU e non EU) e i cambiamenti climatici con tutta la loro imprevedibilità.

“Visti anche i problemi di siccità e rese del mais dell’anno scorso, la soia sarà sicuramente la scelta meno rischiosa: costa meno e ha bisogno di meno acqua, dice Stefano Bortolussi, tecnico di AIAB FVG” come riportato dal TGR FVG (qui l’articolo completo).

In questi giorni il meteo incerto si unisce al blocco delle importazioni di cereali da Ucraina e Russia e al rincaro dei combustibili fossili usati per i trattori, per la produzione di fertilizzanti e altri materiali agricoli. Questo avrà delle conseguenze non tanto sulle colture per l’alimentazione umana, quanto per l’allevamento animale intensivo che usa grandi quantità di granelle di cereali e leguminose.

Incredibilmente è servita una guerra perché anche i giornalisti e i non addetti ai lavori si unissero ai ragionamenti su che cosa conviene seminare nella nostra regione: se la soluzione più ovvia può sembrare seminare più mais per far fronte alle ridotte importazioni, la realtà non è scontata.

Il mais è una coltura altamente energivora.

Servono gasolio per il trattore che effettua le diverse lavorazioni del terreno, per attivare le pompe per l’irrigazione (quasi obbligatoria per garantire rese accettabili) e ancora di più perché i fertilizzanti (urea, nitrato ammonico, perfosfati) sono prodotti all’estero in maniera industriale utilizzando grandi quantità di energia e poi trasportati in Italia con ulteriore uso di combustibili.

Dato che le variazioni del costo dei carburanti e dei cereali dipendono più da dinamiche di mercato che da accordi e pianificazioni, non possiamo prevedere né i costi di produzione né i possibili ricavi a fine stagione.

Gli agricoltori convenzionali sono quindi portati a rendere ancora più industriale la coltivazione del mais, aumentando gli input per massimizzare le rese, in un circolo vizioso senza fine.

Non c’è un’alternativa?
Certo.

È piu che mai tempo di ragionare sul sistema agro-alimentare, nel cui contesto il biologico riluce come metodo di produzione più attento alla fertilità del suolo, alla diversificazione delle colture e soprattutto emancipato dall’uso di fertilizzanti di sintesi, aumentando invece la naturale produttività del terreno attraverso le rotazioni, i sovesci e materiali organici.

Ancora più emancipata dal contesto globale è la zootecnia biologica, dove i poligastrici per regolamento mangiano fieno e foraggere invece delle granelle, costose in termini economici, ambientali e di benessere degli animali.
La coltivazione di prati e pascoli invece offre molti vantaggi: le piante richiedono bassi input e poche lavorazioni, fissano in autonomia l’azoto riducendo la necessità di fertilizzanti e forniscono servizi ambientali grazie alla grande biodiversità che ospitano.

Come sempre: la soluzione non è curare il sintomo, ma rivedere (e sanare) le cause di ciò che non funziona.

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