Lo scaricabarile tossico di Syngenta

17.05.2022

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Lo scaricabarile tossico di Syngenta

Di Luca Colombo, Firab
Articolo pubblicato su numero XIX/2022 de L’Extraterrestre (Settimanale Ecologista del Manifesto)

Era il 2007 quando la Fao organizzò una conferenza internazionale sull’agricoltura biologica nel contesto della sicurezza alimentare, concludendo che il biologico può ben contribuirvi, laddove il suo potenziale sia accompagnato dalla volontà politica. Che su quella volontà politica non si dovesse troppo contare si capì nei mesi a seguire quando, sulla scorta di pressioni interne ed esterne all’Organizzazione, l’allora Direttore Generale della Fao, il senegalese Diouf, rassicurò che non si può sfamare il mondo senza un “uso giudizioso dei fertilizzanti chimici”.

Oggi il Senegal è tra i Paesi che più tengono alta la bandiera dell’agroecologia alla Fao, eppure le cronache di questi giorni rilanciano le dichiarazioni dello statunitense Erik Fyrwald, Ceo di Syngenta: «La gente ha fame in Africa perché noi mangiamo sempre più prodotti biologici», qualcosa di analogo a quel che i bambini della mia generazione si sentivano dire da genitori e nonni per finire il piatto a tavola, ma asserito dal boss della prima multinazionale agrochimica al mondo (11,2 miliardi di fatturato nel 2020).

In inglese si chiama blame game, l’equivalente dello scaricabarile, non fosse che di barili di pesticidi tossici e spesso desueti ne sono stati scaricati tanti in Africa dalle aziende agrochimiche.

In merito, nella stessa Fao si sta da tempo negoziando un bando per i pesticidi altamente dannosi, incontrando tuttora forti resistenze da parte di alcuni Paesi membri. Per dare un’idea, una ricerca della Ong Public Eye ha stimato che Syngenta nel 2017 ha realizzato 3,9 miliardi di dollari di vendite di pesticidi altamente dannosi, pari a 400.000 tonnellate e al 40% del suo fatturato agro- chimico.

Ma il blame game ha una posta alta: in un mondo fragilizzato e impaurito da pandemia e guerre, esposto a una prolungata fiammata dei prezzi energetici e dell’agroalimentare, vanno tracciate narrazioni sulle cui fondamenta edificare politiche o strategie di finanziamento e intervento: scarsità e rincaro di materie prime, merci e beni essenziali sono una straordinaria opportunità per speculare sul mercato finanziario e delle idee.

La sparata del capo di Syngenta segue la pubblicazione di un report di Ipes-Food sulla tempesta perfetta che si è abbattuta sul sistema alimentare: co-redatto dall’ex Relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo, Olivier de Schutter, il documento sottolinea come, a distanza di 15 anni dalla crisi alimentare che ha caratterizzato il triennio 2007-09, il sistema alimentare resti strutturalmente dipendente dall’importazione di cibo, ancorato a un sistema produttivo logorato, aggravato dalla speculazione e vulnerabile a shock di prezzi. Un quadro che, a ben vedere, non riguarda produzione e consumo di alimenti biologici. Anzi.

Classicamente, si riconoscono quattro dimensioni della sicurezza alimentare.

La prima, quella della disponibilità di alimenti, riveste il ruolo dominante se non esclusivo di tutte le narrazioni produttiviste e neo-malthusiane: il cibo non sarà mai abbastanza a riempire le bocche e a sanare le ansie, per quanto esso risulti largamente indirizzato a sfamare sistemi zootecnici industriali e i cestini della spazzatura, se non i serbatoi delle automobili. Buono però per mettere il biologico in fuorigioco, sulla base del suo deficit produttivo, addirittura stimato al 50% dallo stesso Ceo Syngenta, laddove lo scarto di rese viene più rigorosamente ricondotto al 10-20% dipendendo dalle colture e dai sistemi colturali.

L’enfasi sulla disponibilità mette poi in ombra il tema dell’accesso, ovvero le condizioni socio-economiche e reddituali che condizionano l’approvvigionamento del cibo, incluso l’autoapprovvigionamento da parte di quei contadini che rappresentano la quota paradossalmente più alta di affamati nel mondo.

La terza dimensione è quella della stabilità, minacciata negli ultimi decenni dall’erosione delle risorse naturali e dalla compromissione ambientale e climatica, su cui il biologico esercita invece un ruolo rigenerativo puntando sulla vitalità del suolo.

L’uso degli alimenti, la loro sanità e adeguatezza finanche culturale completano il quadro e il biologico si distingue per la vocazione a generare risorsa cibo piuttosto che una biomassa indifferenziata prona a qualsiasi uso.

A queste quattro dimensioni della sicurezza alimentare si tende di recente ad aggiungerne una quinta: il controllo, che forse chiarisce i termini della contesa e il senso di una sparata sul biologico, non a salve.

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