Il problema non è la disponibilità di terra e la soluzione non è l’intensificazione

6.07.2022

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Dalla puntata del 3 Luglio 2022 di Vita nei Campi, di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia, l’intervento di Cristina Micheloni. Cliccando QUI puoi ascoltare la puntata per intero.

 

Continua la frenesia produttivistica che obnubila totalmente la realtà del problema.

Di che cosa parlo? Del fatto che la crisi climatica ed ambientale morde e ci precipita in un baratro in cui vivere (di cui nutrirsi fa parte ma non è il solo elemento) rischia di essere un privilegio riservato a pochi.

Però tutti guardano altrove e percepiscono come più pericolosa ed urgente la crisi provocata dagli eventi bellici, su cui gli speculatori professionisti fanno affari spaventando il popolo con lo spettro della carestia. Il rischio carestia c’è ma dipende molto di più dalla perdita di biodiversità, dal cambiamento climatico indotto dalle attività umane e dal fatto che su questi temi continuiamo a guardare dall’altra parte.

Ricordate la decisione di un mese fa di rimettere a coltura le aree di valore ecologico?

Le cosidette EFA (Ecological Focus Areas) previste dalla PAC, ovvero il 5% della superficie a seminativi; queste, obbligatoriamente, dovevano essere gestite senza uso di input – quali fitofarmaci e diserbanti – in tutte le aziende che superavano i 15 ha.

Pensate che le stesse ora possono essere coltivate senza limitazioni!

La decisione fu presa per rispondere alla richiesta di “più produzione europea”, portando così – in teoria – 200.000ha in più, a livello nazionale, di superficie coltivata per produrre cibo

In realtà già parte di tali aree era coltivata a leguminose e in buona parte erano aree davvero marginali per la produzione agricola; quindi poco guadagno in termini di produzione e tanto danno in termini ambientali.

Ok, diciamo comunque che abbiamo riconquistato 200.000 ha per la “sana” produzione italica!

Poi guardiamo alla pubblicazione del JRC (Joint Research Centre, braccio di ricerca dell’Unione Europea) sull’abbandono dei terreni agricoli nella UE e leggiamo che, dal 2015 al 2030, circa 20 milioni di ettari di terra agricola già coltivata e in parte tuttora in uso agricolo è ad alto rischio di abbandono.

Guardate bene che non si tratta di terreni convertiti a bosco o asfaltati per farci un centro commerciale (questo è un altro conto che si dovrebbe fare), ma di terra semplicemente non più coltivata! Probabilmente ospiterà prima rovi e, forse, tra un certo numero di anni, diventerà bosco.

Perché viene abbandonata? 

Per motivi diversi, che vanno dalla degradazione del suolo alla salinizzazione, all’erosione, al compattamento eccessivo, alla perdita di sostanza organica. Altro? Potrebbero essere aree scomode da aggiungere, perché in zona non ci sono più contadini, perché queste aree “rendono poco”… in parte sono aree di pascolo e di prato ma soprattutto aree coltivate a seminativo.

20 milioni di ettari sono l’11% delle terre agricole dell’Unione Europea. Auspicabilmente la frenesia produttivistica di cui sopra ne rallenterà l‘abbandono, ma come? Come può la degradazione dei suoli e la bassa redditività di un terreno essere convertita se non con una gestione agricola diversa?

Quest’ultima è proprio ciò che la transizione ecologica consentirebbe e che invece il revisionismo produttivistico ostacola.

Ancora qualche numero: dai primi dati del censimento dell’Agricoltura italiana 2020 risulta che dal 1982 al 2020 2 aziende su 3 hanno chiuso, con caduta verticale negli ultimi vent’anni. La SAU è diminuita del 20% dal 1982 al 2020 e di “solo” il 2,5% negli ultimi 10 anni, numero quindi minore rispetto a quello delle aziende, le quali invece – quelle rimaste – si sono ingrandite. Ma almeno un dato positivo per il FVG: dal 2010 la SAU regionale è aumentata del 3%… dopo essere comunque crollata tra il 1982 e il 2010.

Insomma la terra non è il fattore limitante, ce n’è da coltivare per produrre il cibo che ci serve, magari senza sprecarlo, il limite è tutto nella testa degli umani, che a cambiare qualcosa, nelle abitudini agricole o alimentari fanno davvero troppa fatica. Per di più lo fanno mentendo a se stessi, anche davanti all’ evidenza.

 

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