La risposta all’editoriale di Michele Pisante sull’innovazione in agricoltura biologica

11.09.2023

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AIAB e FIRAB hanno letto l’editoriale di Michele Pisante in Terra e Vita sulla necessità di adottare le nuove tecnologie nel biologico e hanno ritenuto necessario scrivere una risposta firmata da Cristina Micheloni, componente del Consiglio Direttivo AIAB, e Luca Colombo, Segretario Generale della Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica (FIRAB).

Gentile Direttore,

Le scriviamo, con preghiera di pubblicazione in relazione all’articolo “Innovazione non più rimandabile per il biologico italiano” firmato dal Professor Michele Pisante, nella sua qualità di Coordinatore del comitato tecnico-scientifico di Edagricole.

Ci fermassimo al titolo, l’intervento sulla “innovazione non rinviabile” in agricoltura biologica, ci troverebbe del tutto concordi. Potrebbe anzi essere l’ennesima autorevole voce che rafforza le ripetute sollecitazioni di agricoltori, tecnici e ricercatori dediti al settore. Non da ultimo verso il MASAF che da troppi anni tiene bloccati i fondi per la ricerca per il biologico.

Proseguendo la lettura, però, dopo i richiami sugli obiettivi europei e nazionali di crescita delle superfici dedicate al settore, si concentra sull’unica tipologia di innovazioni cui parte della comunità scientifica e di business dedica attenzione nelle comunicazioni degli ultimi mesi: le nuove tecniche genomiche, TEA nella denominazione extra-giuridica che vanno assumendo in Italia.

In questo senso, la tesi del Prof. Pisante, rivolta all’apertura del biologico alle nuove tecnologie di selezione, è a nostro giudizio ispirato dal suo opposto: spingere strumentalmente le TEA in biologico per farle digerire all’opinione pubblica e spalancare loro le porte nel convenzionale. Questa tesi delle TEA come jolly salva tutto, incluso il biologico, risuona di frequente e merita alcune precisazioni.

Partendo dal profilo normativo, l’offensiva italica a favore delle TEA non fa i conti con il quadro regolatorio europeo del biologico, riformato nel 2018 e in vigore dal 2022, che esclude il ricorso di tali opzioni biotecnologiche. Qualsiasi utilizzo di tecniche di ingegneria genetica comporterebbe il ritiro della certificazione e l’uscita dal settore.

Ma non si tratta di mero puntiglio giuridico: l’incoerenza tra agricoltura biologica e nuovi e vecchi OGM è stata deliberata a stragrande maggioranza in seno a IFOAM International in quanto violerebbe i principi a fondamento del settore. Dopo lunga e approfondita discussione, con tutte le informazioni scientifiche a corredo, le organizzazioni del settore hanno stabilito che in tutto il mondo pratiche invasive sul genoma sono incompatibili con il biologico.

Vi è dunque il fondato sospetto che l’insistenza ad associare il biologico alle nuove tecnologie di selezione sia asservita a una logica di loro legittimazione sociale, produttiva e scientifica, oltre che funzionale all’eliminazione di uno scomodo ostacolo dall’obbligo di garantire tracciabilità e distintività di sistemi agrari e di filiere alimentari. Godendo di credibilità nei percorsi di sostenibilità e compatibilità climatica il biologico diverrebbe “portatore sano” di TEA avvallandone l’uso all’interno di tutto il sistema agroalimentare. Similmente, si renderebbe il bio innocuo sul piano della (in)coesistenza con le altre tipologie agrarie, risucchiandolo in un indistinguibile e indiscriminabile panorama di metodi produttivi.

E non è certo l’aspetto normativo in sé quello più rilevante e poniamo la questione: ci servono e sono davvero così risolutive le TEA? Utilizziamo lo stesso esempio della viticoltura, quest’anno messa a dura prova dalla peronospora e che da diverso tempo affronta tante sfide: non solo la piovosità e la sua frequenza (cagione di maggior rischio di peronospora), bensì anche la grandine, dove nemmeno le coperture sono la soluzione nei sistemi a raccolta meccanica; le alte temperature che squilibrano la maturazione degli zuccheri e quella di acidità e aromi, mettendo a repentaglio la qualità del vino; la flavescenza dorata; le malattie del legno; il fatto che in Europa e nel mondo intero si beva sempre meno vino, cosa che ha portato la regione di Bordeaux a espiantare 9.200ha di vigneto. Insomma a problemi complessi non si risponde solo con la genetica (anzi solo con uno degli strumenti a disposizione della genetica) e l’innovazione utile non è solo quella tecnologica.

Sorprende infatti che nel quadro degli approcci innovativi al sistema agroalimentare, ci si riferisca sempre alla sola tipologia di manipolazione genetica. Il biologico, in via esperienziale e supportata da una crescente comunità scientifica, esplora da decenni diversi percorsi innovativi: agroecologici, di diversificazione colturale, di meccanizzazione di estrema precisione, di combinazione di sistemi agronomici e organizzativi, di sistemi di certificazione e tracciabilità, di relazione con i cittadini/consumatori, e, non ultimo, di un set di nuove tecnologie agrarie e alimentari cui si fa diffuso e mirato ricorso. Il tutto in un contesto ampio di valutazione di utilità e compatibilità in cui anche concetti come, per rimanere sulla viticoltura, la “vocazionalità” dei territori o la “longevità” degli impianti hanno senso e peso economico. 

Utile dunque applicare il concetto valutativo all’ingegneria genetica usando una griglia di criteri assai più ampia della mera performance monofattoriale, tuttora affatto garantita sul piano della reale prestazione in campo, della persistenza dei risultati e dell’accettabilità del mercato. Si valuti la loro valenza intrinseca, la loro invasività, il quadro della proprietà intellettuale che le circonda, il potere di controllo sia sul fronte proprietario sia dei rischi che può produrre nel tempo e nello spazio.

Richiamiamo con forza l’urgenza di questa vigilanza sociale, proprio perché non siamo tecnofobici e guardiamo con attenzione a impatti e benefici delle innovazioni tecnologiche: ne è testimone la cospicua delegazione promossa da AIAB e FIRAB che a breve si recherà alla fiera francese Tech&Bio dove ci confronteremo con agricoltori, tecnici e ricercatori europei dedicati al biologico sul panorama di innovazioni più promettenti per il settore. Spoiler: tra queste non ci saranno le TEA.

Cristina Micheloni, componente del Consiglio Direttivo AIAB

Luca Colombo, Segretario Generale Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica e Biodinamica (FIRAB)

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