2 Ottobre 2026
Intervista a Francesco De Augustinis, regista di How to Feed the Planet
A cura di AIAB FVG in occasione della proiezione del film all’interno della rassegna Coltivare Visioni.
Il 2 Ottobre era la “Giornata Internazionale della Nonviolenza”.
Siamo nel 2026 e gli ultimi anni sono segnati dall’intensificazione dei conflitti e delle violenze su scala globale.
Quando pensiamo alla storia recente o meno, i conflitti e le guerre sembrano aver segnato la maggior parte della storia umana. Ma le proporzioni e le motivazioni che caratterizzano i conflitti odierni sono direttamente legati all’imposizione del modello produttivo dominante (ossia il capitalismo e il libero mercato), diffusosi con la colonizzazione perpetuata dall’Occidente. In secoli di logica coloniale (perseguita sia fuori che dentro i confini nazionali dei paesi colonizzatori) si sono gettate le basi per gli squilibri globali attuali, in cui l’avidità per le risorse alimentano violenza ed odio fra le popolazioni coinvolte. L’economia attuale, in cui potere economico e politico vanno a braccetto, continua a favorire chi detiene i mezzi materiali dello sfruttamento delle persone, dell’ambiente e delle risorse.
Di sistemi produttivi, conflitti e strumenti per cercare di attuare una giustizia ambientale e climatica parla il film How to Feed the Planet di Francesco De Augustinis, che abbiamo visto proprio in occasione della Giornata della NonViolenza. In quell’occasione abbiamo scambiato qualche parola con il regista per approfondire il percorso che ha portato alla produzione di questo film e la relazione fra sistemi agro-alimentari e la nonviolenza.
Come AIAB FVG questo tema ci sta molto a cuore e ha guidato il percorso della rassegna Coltivare Visioni che vuole portare in tavola le complessità del sistema alimentare sia da un punto di vista delle tecniche agronomiche che accettiamo di impiegare, sia da quello delle pratiche lavorative e sociali che decidiamo di sostenere. Il punto di partenza rimane la libertà d’azione che solo l’informazione e la consapevolezza possono generare.
Karl Polanyi, economista fuori dagli schemi definiva l’economia come un processo regolato composto dalle interazioni fra l’uomo e l’ambiente e ne fondava la regolamentazione su dei principi cardine che permettessero di basare tale interazione sul rispetto e sulla giustizia. Di questo avremmo bisogno per placare i conflitti già in corso ed evitare quelli che si prospettano in un futuro prossimo se non cambiamo il nostro approccio alla produzione, fondandolo sui valori del rispetto e la cura per le persone, per tutti gli esseri e gli ecosistemi di cui siamo parte.
How to Feed the Planet è l’ultimo di quattro documentari che esplorano i modelli di produzione che caratterizzano l’economia contemporanea. Insieme, i quattro film compongono il progetto One Earth, ce ne puoi parlare?
One Earth è un progetto a cui lavoro da tanti anni per raccontare dell’ (in)sostenibilità dei sistemi alimentari. (In)sostenibilità in senso largo, non solo da un punto di vista ambientale ma anche sociale, etico, della salute…Con questo progetto abbiamo prodotto inchieste giornalistiche e servizi ma anche quattro documentari, ognuno dei quali racconta una storia a sé sebbene tutti seguano un filo unico. E’ una sorta di viaggio, che è stato in senso meno figurato anche il mio e quello delle persone che hanno lavorato con me negli anni, attraverso il mondo dei sistemi alimentari.
Il primo passo è stato un documentario uscito nel 2019 che si chiama “Deforestazione made in Italy” e parla di deforestazione tropicale in Brasile raccontando soprattutto l’economia della deforestazione. Si parla del modo in cui i prodotti dell’eccellenza italiana (mobili, cuoio, carne…), che fanno l’orgoglio del made in Italy, di fatto foraggiano un’economia che crea distruzione dall’altra parte del mondo.
Dal ruolo delle nostre produzioni sulla deforestazione siamo arrivati a parlare più nello specifico dei sistemi alimentari con un secondo documentario che si chiama “One Earth, tutto è connesso”, che parlava di iper-intensificazione degli allevamenti. One Earth parla anche di salute, di etica, di salvaguardia degli ecosistemi…e mostra come le problematiche attuali non siano legate solo al clima ma siano un problema di salute eco-sistemica più vasto.
Il passo successivo è stato Until the End of the World che parla esclusivamente di allevamenti di pesce. Abbiamo voluto abbordare il tema delle “finte soluzioni”, quello che possiamo definire “green washing”. Perchè si parla proprio di pesce? Perché si tratta dell’industria alimentare che cresce il più rapidamente al mondo e ciò per il fatto che in tutto il mondo arrivano moltissimi finanziamenti pubblici per incentivare lo sviluppo di nuovi allevamenti di pesce. Il problema, quello che sono andato a verificare con il film, è che si sta replicando un modello che abbiamo già visto con gli allevamenti a terra. In breve si tratta di finte soluzioni, che di fatto replicano uno stesso approccio di crescita, di profitto, di sfruttamento: con la narrazione delle “soluzioni” i soldi che potrebbero essere impiegati per una vera trasformazione verde vengono dirottati verso quella che si chiama “Blue Transformation”, che non è altro se non un’iniezione di ingenti somme di denaro pubblico dentro grossi allevamenti di pesce che creano più problemi di quelli che risolvono.
Con questo nuovo documentario, How To Feed the Planet, cerchiamo di guardare alla questione secondo una nuova prospettiva. Portiamo l’attenzione sugli squilibri del sistema alimentare globale, con l’obiettivo di rispondere a questa semplice domanda: “come facciamo a nutrire il pianeta?” che spesso e volentieri è usata per legittimare la narrativa della crescita a tutti i costi.
In How to Feed the Planet smontiamo questa narrativa mostrando che è basata su presupposti sbagliati. Prima di tutto non c’è bisogno di produrre di più: abbiamo già cibo sufficiente per nutrire l’intera popolazione del pianeta. Basterebbe ridurre gli sprechi e utilizzare meglio le risorse alimentari che già abbiamo, per nutrire le persone e non l’industria dei mangimi, degli allevamenti, dei biocarburanti…per fare solo qualche esempio.
Il problema che abbiamo non è un problema di disponibilità delle risorse alimentari ma di distribuzione e di accesso alle risorse alimentari. Chi ha fame è perché non ha potere economico e quindi accesso al mercato globale del cibo, non perché il cibo non c’è.
Stabilito ciò, il film mostra anche che cosa succede quando continuiamo a perseguire la logica della crescita e del profitto: tale logica distrugge gli ecosistemi e alimenta i conflitti. In un mondo già danneggiato, con degli ecosistemi fragili, in cui le risorse sono limitate, se continuiamo a crescere, crescere, crescere, se continuiamo a produrre sempre di più, a produrre cose inefficienti, che richiedono una grande quantità di acqua e di materie prime…andiamo verso un mondo di conflitti. Un conflitto che ha diversi volti: può essere un conflitto in cui le grandi potenze sottraggono le risorse (terra, fiumi, mare) a dei paesi in via di sviluppo, fino a tendere a una vera e propria guerra. Nel film mostriamo il ruolo dei sistemi alimentari nei conflitti moderni come in Ucraina, nel Congo… ma non finisce qui! In realtà tutti i conflitti di oggi e quelli che si intravedono già domani sono conflitti che riguardano l’accesso alle risorse. Lo stiamo già vedendo con le terre rare, con il petrolio…ma succederà sempre di più anche con l’accesso alle risorse alimentari, quindi alla terra o anche al mare.
In breve, la crescita senza limiti va di pari passo con l’industria estrattiva che va di pari passo con l’innesco dei conflitti. Sicché il film vuole semplicemente metterci di fronte a una scelta non più rimandabile, da che parte vogliamo stare? Dalla parte di un sistema alimentare che dia veramente da mangiare a tutti, che non crei conflitti e quindi si basi sull’etica e la non-violenza oppure dalla parte del sistema alimentare, in cui ci troviamo oggi nostro malgrado, in cui vige la legge del più forte? Al giorno d’oggi qualcuno mangia di più, consuma più risorse di quelle che possiamo permetterci, mentre qualcun altro inevitabilmente ne paga le conseguenze in termini di sottrazione delle proprie risorse, di distruzione degli ecosistemi, a cui assisteremo con crescente intensità. Le conseguenze dei cambiamenti climatici colpiscono prima e con più ferocia il sud del mondo, ma poi si ripercuoteranno sempre più spesso anche nel resto del pianeta.
Come articoli un’agricoltura più giusta e la non violenza?
Il film vuole essere proprio un ponte fra il mondo della nonviolenza e del pacifismo con quello del consumo alimentare. Adesso stiamo vivendo conflitti atroci che hanno risvegliato in tanti le idee del pacifismo, della non violenza, del cercare di costruire un mondo che non si basi solo su sfruttamento, violenza e fenomeni di conflitto. Ma questo mondo si parla ancora poco con il mondo che predica un uso più consapevole delle risorse, non rendendosi conto che l’uso esagerato, sbagliato, che facciamo delle risorse come società occidentale è poi di fatto un uso che porta inevitabilmente al conflitto. Per questo io cerco di lanciare un ponte fra il mondo dei conflitti e delle guerre e il mondo dei sistemi alimentari. Per ridurre lo sfruttamento e i conflitti sarebbe necessario una rivoluzione strutturale dei sistemi produttivi: perseguire delle produzioni che non siano energivore, che non siano grandi consumatrici di terra…Oggi la maggior parte della coltivazione a livello mondiale viene utilizzata per fare mangimi mentre quasi il 10% delle coltivazioni mondiali vengono utilizzate per fare biocarburanti. Abbiamo parlato di pesce e abbiamo visto in che modo dei pesci che vengono mangiati dalle persone in Africa Occidentale vengono invece pescati per nutrire i nostri allevamenti di terra e di mare. Questo vuol dire perseguire un tipo di consumo che alimenta il conflitto.
Per me, perseguire la nonviolenza significa guardare ad altri tipi di produzione, significa avere la consapevolezza degli impatti delle nostre scelte sulla sofferenza di qualcun altro.
Questo discorso può essere poi applicato alla scelta climatica. A volte sento delle persone dire “ho ben altri problemi che pensare all’ambiente e al clima”, ma quanto tu te ne freghi dei cambiamenti climatici, innanzitutto stai mettendo una condanna a morte sul nostro futuro, perché non è che abitiamo in un luogo in cui siamo tutelati da questi problemi. E soprattutto stai mettendo in conto il fatto che già in questo momento qualcuno muore e paga il conto in maniera salata e immediata, in paesi più esposti del nostro.
Questo per me è una scelta fra violenza e non-violenza e questo per me ci riporta al peso delle scelte individuali. Io non voglio riporre tutta la responsabilità sul singolo, però ritengo che le scelte individuali non siano scelte opzionali. Fermo restando che il peso della responsabilità non è ovviamente uguale per tutti, le scelte individuali rimangono necessarie ma anche inevitabili. Non scegliere è già una scelta.
Come la tua percezione/azione ha subito un’evoluzione da quando hai iniziato a lavorare a questi temi, e quale è stata anche l’evoluzione della percezione delle persone intorno a te/del pubblico?
Io lavoro a questi temi dal 2012/2013. Lo scenario è cambiato tanto e anche io sono cambiato tanto. All’epoca c’era poca conoscenza fra le persone intorno a me del fatto che esistono gli allevamenti intensivi, che esiste un sistema alimentare super industrializzato, mentre adesso sono temi trattati anche sui canali più popolari e che tutti conoscono più o meno..c’è stata quindi tanta informazione, tanto dibattito, tanta conoscenza e ho visto cambiare tanto le consapevolezze e quindi anche gli atteggiamenti e le abitudini. Anche io sono cambiato tanto, ho lavorato su tanti temi e ognuno mi ha portato a scegliere in maniera diversa, e capire le conseguenze di alcune azioni. Consumare cibo animale o non consumarne ha delle enormi conseguenze, e conoscerle significa arrivare a fare delle scelte sul non consumarne affatto o consumarne di meno…cosa consumare e cosa no…lo stesso vale per moltissimi prodotti, alcuni dei quali vengono consumati senza saperlo.
Per rispondere alla tua domanda, forse l’impatto sta più nel fatto di porsi delle domande. E’ questo quello che cerco di invitare le persone a fare attraverso i documentari. Non si tratta di dare delle ricette – devi fare questo e non quello – ma imparare a farsi delle domande. Purtroppo viviamo in un mondo estremamente complicato per quanto riguarda le scelte e non siamo liberi di scegliere perché non siamo liberi di sapere cosa c’è dietro le nostre scelte, quali sono le conseguenze. Per me è stato un percorso che mi ha portato a compiere una serie di scelte in libertà e a liberarmi progressivamente delle catene del non sapere.
Gettare un ponte fra non-violenza, produzione alimentare e giustizia sociale/climatica per me significa fare un discorso di libertà.
Tante volte trovo delle persone che mi dicono ma “allora non vivi più, non possiamo mangiare più niente”. Io credo sia proprio l’opposto, non si tratta di un discorso di auto-martirio o flagellazione o rinuncia. E’ proprio un discorso di liberazione: non siamo liberi finché restiamo associati a un modello di consumo che ci è stato praticamente imposto, che non abbiamo scelto e in cui siamo degli individui che devono consumare e stare zitti…Secondo me liberarsi significa farsi delle domande, cominciare a darsi delle risposte. Contare anche sulle relazioni umane per fare le proprie scelte. Per esempio non andare più al discount e prendere il cibo pronto ma andare al gruppo di acquisto, rivolgersi a un’associazione che sviluppa un tipo di produzione in particolare, recuperare un senso di appartenenza e di comunità…per me è tutto un liberarsi, è tutto un riprendere possesso di sè stessi, delle proprie scelte. Per cui non si tratta di inibire le proprie libertà, ma al contrario riprendersele in mano! E secondo me questo è tanto più importante quanto più andiamo avanti perché le nuove generazioni vivono in un mondo che è molto distante dal mondo che era dei nostri nonni e più si va avanti più si perde una memoria storica e più si perde una memoria storica più è difficile riprendere in mano le libertà. Già siamo condizionati da un mondo in cui il take away o il “tutto a volontà” ci sembrano la normalità…ma non lo sono.
In Occidente siamo già lontani da un mondo in cui c’era un approccio ecosistemico al consumo, in cui tu sapevi da dove veniva quel cibo, come si faceva e chi l’aveva prodotto. Andiamo verso un mondo in cui è sempre più difficile e in cui è sempre più necessario creare dibattito, creare iniziative, creare possibilità…affinché le persone possano riappropriarsi le proprie scelte, iniziando dal cibo che abbiamo nel piatto.
Hai menzionato più volte l’approccio ecosistemico, come lo definiresti?
In How to Feed the Planet la dieta mediterranea (che oggi è quasi solamente marketing) è stata usata per raccontare un approccio ecosistemico, con cui si viveva, produceva e consumava il cibo in Italia al tempo dei nostri bisnonni, e le cui caratteristiche erano vivere di quei prodotti che i limiti del territorio, della regione, dell’ecosistema permettevano di produrre e consumare. Ecosistemico significava avere la necessità di consumare stagionale e di produrre ogni giorno. La necessità di consumare quello che c’è, di non sprecare, di mettere da parte per l’inverno, di intessere delle relazioni che ti permettono di fare degli scambi e di vivere e di costruire un sistema alimentare locale.
Questo è un esempio che racconta cos’è una dieta ecosistemica: una dieta consapevole dei limiti dell’ecosistema dove va a produrre e consumare. Certo il film non è un invito a tornare a una dieta povera, contadina, di comunità estremamente rurali e che sarebbe inapplicabile oggi, soprattutto nelle grandi città. E’ un invito a prendere in conto gli insegnamenti di quel modello, in primis quello di adottare un approccio ecosistemico alla produzione. Se ci sono dei limiti bisogna rispettare quei limiti e partire proprio dal presupposto che ci siano, non andare a crescere a dismisura senza limiti sapendo che ciò porta inevitabilmente all’instabilità, al fatto che qualcuno abbia inevitabilmente di meno. Conoscere i limiti e basare su quelli le proprie scelte, le proprie strategie, i propri modelli di consumo e di produzione. Questo lo dico io ma esistono anche dei modelli economici che parlano di “planetary boundaries – limiti planetari”: ogni proposta politica e scelta economica dovrebbe prendere in considerazione i limiti ecositemici globali.
L’impasse è forse quella fra necessità è scelta. Ci stiamo allontanando dalla consapevolezza che considerare i limiti sia una necessità. Oggi, in alcuni paesi, sembra essere una scelta; e siamo molto distanti dall’idea che non ci siano molte altre scelte possibili se desideriamo vivere in questo pianeta in futuro.
Questo significa prendere in considerazione le generazioni future: una legge non scritta, presente in molte comunità indigene, dice che ogni comunità e ogni persona è responsabile delle proprie azioni di fronte alle generazioni che verranno. Sembra che abbiamo perso questa sensibilità. Anzi i giovani sono visti come da educare o non capaci di sopportare il peso del futuro mentre la responsabilità di quello che sta succedendo non dovrebbero portarla loro, così come non sono le persone comuni ad avere le responsabilità più grandi nei conflitti o nello sfruttamento delle risorse. Eppure è proprio con le persone comuni, fra tutti noi, che dobbiamo costruire l’alternativa, perché chi beneficia dello stato attuale del sistema globale ha dimostrato a più riprese di non essere interessato in un cambiamento delle regole.
Guarda secondo me è proprio questo il problema per cui non riusciamo ad affrontare le crisi che abbiamo. E’ una scelta, quella di vivere rispettando i limiti, di nicchia, difficile, perché conoscere l’entità dei propri impatti presuppone di conoscere un sacco di cose…è veramente complicato…e questo riguarda il cambiamento di regole, e questo è inevitabile. Serve un cambiamento di regole, io parlavo di scelte individuali ma poi serve un cambiamento di regole dall’alto perché le regole adesso ci portano a conflitti e crisi…a quella che si descrive come la sesta estinzione di massa…non è una cosa da prendere alla leggera! Le regole dovrebbero cambiare e cambiare prendendo in considerazione quei limiti ecosistemici per far si che non sia più un discorso di scelta. Ad oggi noi produciamo e consumiamo secondo le regole di una globalizzazione de-regolamentata. Paradossalmente è più conveniente distruggere una foresta dall’altra parte del mondo e metterci dei bovini per fare della carne da portare in Italia per fare l’eccellenza del made in Italy. Perché tutta la distruzione di quell’ecosistema, le persone e le comunità che vivevano di quella foreste..tutto il danno ambientale, sociale, economico fatto in quel posto sono cose di cui nessuno deve rispondere. Anche solo economicamente sarebbe sufficiente, visto che siamo in un economia di mercato: se qualcuno sfrutta dall’altra parte del mondo bisognerebbe che ciò che produce porti in sè, quantomeno nel prezzo, il peso dei danni e delle “esternalità” che ha causato. E questo è quello che si sforzano di fare alcuni policy makers che propongono carbon tax, meat tax o soluzioni di questa natura…secondo me il dibattito su tale argomento è ancora marginale. Al momento viviamo in un mondo in cui regna il libero commercio e le regole, le normative, non stanno mai al passo con gli impatti di tale sistema economico. Serve che il mercato sia sottoposto a dei principi superiori, quelli dell’etica, dei diritti umani e ambientali…chi distrugge queste cose dovrebbe pagarne le conseguenze, così che si arrivi a un giorno in cui consumare un prodotto biologico, locale, stagionale costerà di meno rispetto al consumare uno stesso identico prodotto che però è stato prodotto usando pesticidi, chimica, distruzione di suolo e di biodiversità, migrazione forzata di comunità, trasporto, refrigerazione…è necessario invertire la tendenza. Anche solo facendo pagare al prodotto che ha distrutto, il costo della sua distruzione e rendendo quindi più accessibile a tutti il prodotto che è stato fatto in modo etico.
Se da una parte c’è un sistema che tende ad applicare una sola regola – quella dell’estrazione e della forza – dall’altra non c’è un sistema replicabile dappertutto. Se non forse quello della riduzione dei consumi. E’ utile parlare di decrescita?
Io non parlerei di decrescita, tutto dipende da quali fattori metti dentro il concetto di crescita. Per adesso è solo una crescita di PIL ma è anche un PIL drogato dal fatto che tutti i danni vengono scaricati, se si contabilizzassero dentro il PIL tutte le esternalità probabilmente cambierebbe il risultato…
Parlerei piuttosto di una crescita che prende in considerazione tutti i valori di cui abbiamo parlato e che dia un peso alle esternalità che invece ora vengono scaricate. Questo vorrebbe dire non basarsi più su delle scelte individuali, che possono essere più o meno virtuose, giuste, difficili o facili…ma semplicemente accompagnarle e farle diventare degli standard dei consumi. Questi ultimi non dovrebbero essere imposti dall’alto in basso, ma adattarsi ai territori e ai limiti degli ecosistemi.
Non esiste un modello efficace per tutti ma esistono dei correttivi al sistema economico, produttivo, di consumo che probabilmente potrebbero permettere da soli ai vari territori e alle varie comunità di crearsi dei sistemi che vadano bene per loro. Non esiste una dieta per tutti, non c’è una regola da seguire a prescindere, però ci sono delle regole per contenere la globalizzazione de-regolamentata entro dei pilastri che mettono al centro l’uomo e non solo l’uomo, anche gli ecosistemi, anche il pianeta su cui si basa la nostra esistenza…
Un ritorno a dei valori che siano condivisibili, che non siano solo quelli economici…
Almeno a dei valori! Che non siano la mera logica del profitto che purtroppo non guarda in faccia nessuno, in cui anche la morte di 1, 10, 1000 persone può essere considerata un esternalità. Francesca Albanese ha parlato di necro-capitalismo parlando di Gaza, nel senso che chi prende le decisioni considera la morte di persone, l’estinzione di alcune culture e di alcune specie come delle esternalità (i “danni collaterali” del film Naza) inevitabili ai fini del profitto.
E’ urgente mettere al centro dei valori e dei diritti nel sistema economico…per adesso non è così, o non è abbastanza così.



