Come sta il bio?
di Cristina Micheloni

Come ogni autunno “vendemmiamo” un po’ di dati sullo stato del bio italiano e friulano, cogliendo, come ormai d’abitudine, l’opportunità della publicazione dell’aggiornamento SINAB.

Il bio italico continua a crescere. Al 31/12/2018 siamo a 80.000 operatori certificati e circa 2 milioni di ettari gestiti con i metodi del bio, che messo in prospettiva significa +76% dal 2010 e + 2,6% rispetto al 2017 per quanto riguarda le superfici. Guardando agli operatori, termine che include agricoltori, allevatori, trasformatori, rivenditori, centri di stoccaggio ecc., l’incremento è del 66% dal 2017 e del 4,2 rispetto all’anno prima. Significa che aumentano sìa gli agricoltori e, per fortuna, anche chi trasforma e gestisce poi i loro prodotti.

È tanto? È poco? È il 15,5% della SAU italiana, quindi di certo non è una nicchia.

Anche gli altri paesi europei registrano livelli di cresita paragonabili, tant’è che in Austria, nel suo piccolo, la SAU bio è il 24% del totale, in Francia il 7,5 in Spagna il 9,7 ed in Germania il 9,1.

Ma tornando in patria, le colture più importanti in termini di superfice, rapportandola alla superfice dell’analoga coltura in convenzionale, sono la vite, gli agrumi, gli ortaggi, i cereali e pascoli e foraggere. Un dettaglio da chiarire: le superfici a pascolo e foraggere bio sono analoghe a quelle del convenzionale… quindi non è vero che per raccattare contributi si certifica bio quello che bio già era.

Scalando a dimensione regionale: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna fanno un salto in avanti di dimensioni importanti; il nostro bel Friuli Venezia Giulia raggiunge i 16.500 ha (7,1% della SAU) su più di 1000 operatori (+13% rispetto all’anno precedente) dove i trasformatori e gli operatori post-agricoli hanno avuto l’incremento più importante. Un altro luogo comune da smontare: il bio cresce anche senza il PSR, forse dovrei dire “nonostante il PSR”.

Il mercato cresce ovunque, Italia di Nord-Ovest più di tutti ma anche il Nord-Est non scherza. Chiara però la tendenza a crescere nella grande distribuzione più che nello specializzato o nella vendita diretta.

Tutto bene allora? Non male, ma serve un salto di qualità per evitare la banalizzazione del bio, che ci farebbe dimenticare il perchè produciamo e mangiamo bio, che non è solo per non rischiare con i residui dei fitofarmaci ma per motivi molto più interessanti, collettivi ed urgenti, come il contrasto al cambiamento climatico e l’equo accesso al cibo. Ma il discorso è articolato, incontriamoci il 6 ottobre a Villa de Claricini  a Moimacco per la Biodomenica 2019 e confrontiamoci sul che cos’è il bio nel 2020 e che cosa possiamo fare perchè assomigli sempre di più al bio che vorremmo…. non è vero che non possiamo fare nulla!

I dati SINAB sono disponibili su www.sinab.it