Anche gli animali al pascolo affrontano il cambiamento climatico

21.10.2024

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Dalla puntata del 20 ottobre di Vita Nei Campi di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia, l’intervento di Cristina Micheloni. Clicca QUI per ascoltare l’intera puntata.
So di toccare un argomento più che sensibile e che probabilmente scatenerà i leoni da tastiera, però anche non parlarne affatto non aiuta ad affrontare e magari pure risolvere i problemi: l’allevamento degli animali da carne, latte ecc.!
Va da sé che chi vi parla considera la zootecnia basata sul pascolo e le foraggere (se parliamo di poligastrici) l’unica forma di allevamento su cui concentrare l’attenzione. Va anche da sé la considerazione a priori: dobbiamo ridurre il consumo di tutti i prodotti zootecnici, siano carne, latte o uova! Se non lo facciamo continuiamo a mangiarci l’Amazzonia e ad arrostire la terra e noi sopra di essa.
Detto ciò, dobbiamo anche capire come le vacche, le pecore e le capre allevate nel pieno rispetto del loro benessere e alimentate al pascolo e/o con le foraggere in tutte le loro molteplici declinazioni possano adattarsi al cambiamento climatico e alle esigenze degli allevatori, non ultimo quelle di redditività.
La zootecnia al pascolo è relativamente semplice da immaginare in montagna e pure in collina, anche se spesso in regione l’esercizio si ferma all’immaginazione. Più difficile in pianura, non ultimo per le condizioni meteo degli ultimi anni, vuoi per siccità (nel 2022), vuoi per eccesso di precipitazioni (2023 e 2024). Abbiamo allora guardato a come si affronta la problematica in altre regioni italiane e dall’altra parte delle Alpi, nelle morbide colline e nelle pianure della Baviera, tra chi alleva vacche da carne e da latte. Un’idea su cui ragionare (come al solito, non da copiare pari pari, ma da adattare alle specifiche condizioni in cui ognuno opera) è quella del pascolo rotazionale intensivo, o MOB grazing, come dicono quelli a la page. In estremissima sintesi: per avere una buona produzione di foraggio, salvaguardare, anzi migliorare, il suolo e fronteggiare sia annate siccitose che eccessi di precipitazioni, gli allevatori di bovini praticano una rotazione molto rapida dei pascoli, mantenendo gli animali sulla stessa superficie da 1 a 3 giorni, per poi lasciare la superficie recuperare per 21 – 28 gg. Quindi tanti animali su poca superficie per tempi molto brevi. Ciò stimola fortemente il ricaccio delle specie vegetali sia sopra suolo, ovvero la parte che viene poi mangiata dai ruminanti, sia nel sottosuolo, dove le radici e tutto il fantastico mondo microbiologico che le accompagna rendono il terreno stesso migliore in struttura e vitalità e, come abbiamo più volte detto, ciò significa maggior capacità di resistere alle perturbazioni climatiche. Ci sono alcuni altri vantaggi: con questa densità di animali la massa foraggera viene consumata in toto, in altre parole: gli animali non scelgono ma mangiano tutto, con la conseguenza che non si formano popolazioni crescenti di infestanti. Quindi meglio per il suolo, meno infestanti, maggior valore nutrizionale del foraggio, meglio per gli animali che possono stare più a lungo al pascolo, maggior resilienza se piove troppo o troppo poco.
Per contro, il sistema richiede una ottima organizzazione aziendale e una certa quantità di manodopera per spostare gli animali. Ma ne richiede meno per la gestione delle deiezioni e per la produzione di altre colture per l’alimentazione degli animali. In pratica, si tratta di pensare una trentina di lotti su cui far rotare gli animali (la dimensione ovviamente dipende dal numero di animali e dal ritmo di ricrescita dell’erba), pensando ai punti di abbeverata e anche ad aree in ombra su ogni lotto.
Serve professionalità negli allevatori? Certo, ma questo non può essere un limite ma uno stimolo. Serve più spazio per l’allevamento? Vero solo in parte, ricordiamoci di quell’ettaro per ogni bovino EU coltivato a soia in un altro continente e contabilizziamolo! E consideriamo la premessa iniziale: dobbiamo mangiare meno e meglio.
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