Di questi tempi in cui le “emergenziali” decisioni comunitarie hanno spazzato via quel minimo di misure ambientali che salvavano la decenza della PAC (Politica Agricola Comunitaria) nei confronti di clima, suolo, biodiversità e accettabilità da parte dei cittadini, che in fin dei conti sono quelli che finanziano la PAC medesima, aggiungo un dettaglio sulla funzione delle aree non coltivate. Mi riferisco a siepi, alberi, aree boscate, fasce inerbite… tutti quegli elementi dell’infrastruttura ecologica che in modo silenzioso ma efficientissimo mitigano i venti e l’erosione, danno riparo e offrono habitat a diverse specie vegetali, animali e microbiche, stoccano carbonio ed acqua, mantengono la fertilità e la struttura del suolo, filtrano l’acqua e trattengono nitrati e altri inquinanti, contribuiscono a mitigare le temperature estreme.
Il dettaglio che aggiungo oggi è relativo all’uso delle foglie di queste aree come fertilizzanti ! C’è, infatti, una bella esperienza che attesta come le foglie, soprattutto di specie particolarmente efficaci nell’accumulare nutrienti, possano sostituire o integrare l’uso di altri fertilizzanti come il letame o i pellettati organici, cosa particolarmente efficace per le orticole ma anche per i seminativi e, con qualche adattamento, per vigneti e frutteti. Ovviamente dipende da quanto materiale di riesce a raccogliere, che, a sua volta, dipende da quanto sono grandi le cosiddette aree di servizio agro-ecologico, da quanti anni hanno gli alberi, da che attrezzature abbiamo per raccogliere il materiale.
Ma come si fa? Si raccolgono le foglie ad autunno inoltrato, eventualmente trinciando ramaglie o altro materiale più grossolano, e si distribuiscono così come sono sulla superficie da fertilizzare. Considerate che la massa deve essere abbondante, ovvero tale da coprire con almeno 10-15cm il terreno da fertilizzare. Il tutto deve essere distribuito in modo abbastanza omogeneo. C’è anche la variante dell’ essicazione e addirittura della produzione di pellet ma la quantità di energia necessaria per essiccare o pellettare riduce il vantaggio, quindi meglio usare il prodotto così com’è.
Un po’ prima della semina o del trapianto si andrà poi a smuovere i pochi centimetri superficiali di terreno per agevolare le operazioni colturali, ma il tutto nel modo più soft possibile ed evitando l’aratura. Se si coltivano orticole su letti permanenti, ovviamente, il materiale vegetale va distribuito solo sui letti, riducendo così anche la massa necessaria. Da lì in poi si procede come al solito. La massa di foglie mantiene anche l’umidità del suolo e impedisce ai semi delle malerbe di trovare la luce e quindi germinare. Tutto questo dura per un po’, finchè la massa non si degrada, poi bisogna sarchiare e intervenire in qualche modo. La progressiva degradazione del fogliame mette a disposizione i nutrienti in esso contenuti, andando così ad alimentare le colture che avremo seminato/trapiantato. Il fatto che la disponibilità sia progressiva evita anche di perdere nutrienti attraverso la lisciviazione, permettendoci di cogliere molteplici piccioni con la solita ed unica fava (vedete che le leguminose c’entrano sempre?).
Ma di che foglie parliamo? Vanno tutte bene, sono comunque il frutto dell’energia solare che, attraverso la fotosintesi le piante trasformano in zuccheri in cui accumulano i nutrienti che traggono dal suolo. Quindi se avete già degli alberi o un piccolo bosco usate quello e tenetelo per bene. Se dovete partire da zero o volete incrementare la superficie di quello che c’è, considerate di includere piante come l’ontano nero (soprattutto se in zone ricche d’acqua o ripariali) che non è una leguminosa ma funziona in modo del tutto simile, ovvero attraverso la simbiosi con degli attinomiceti del terreno fissa l’azoto atmosferico. Ottime ovviamente le leguminose come la robinia, il maggiociondolo, pure l’amorpha, però anche cespugli e alberi non di leguminose vanno bene, l’importante è costruire un ambiente diversificato e scegliere specie adatte al luogo, in modo da non aver gran bisogno di interventi.