Le tre variabili da considerare, per farla semplice, sono il clima, la pedologia e la morfologia del territorio. Oggi parliamo di clima, che ci interessa sia per le temperature, che per le precipitazioni, la radiazione, l’umidità nelle diverse stagioni e momenti del giorno, la ventosità e la frequenza (il rischio) di gelate tardive.
I tecnici usano degli indici bioclimatici per determinare se in un dato luogo la vite ce la fa non solo a sopravvivere ma anche a portare a maturazione le uve. Diciamo che in regione, se si esclude l’alta montagna, tali indici vengono soddisfatti. Ma si devono considerare anche l’escursione termica estiva, vera leva per aromi, ma anche la frequenza di gelate tardive. Le DOC storiche della Regione si collocano su fasce altitudinali che garantiscono accumulo termico adeguato senza stress idrici eccessivi. L’esposizione incide sull’irraggiamento accumulato: pendii esposti a sud-sud-est con inclinazione 10–25% massimizzano l’efficienza fotosintetica.
Direi che non c’è da preoccuparsi per la quantità totale di pioggia annua, ma invece molto c’è da dire sulla distribuzione stagionale! Con 600 mm ben distribuiti staremmo a posto, magari con un periodo bello asciutto tra agosto e settembre che ci aiuta in vendemmia.
Lunghi periodi siccitosi, tipo il 2022, mettono a rischio la produzione in quantità e qualità, oltre che la sopravvivenza delle piante, soprattutto quelle giovani.
Per contro, piogge frequentissime in primavera e inizio estate, presente il 2023 o il 2024, sono un bel grattacapo per la gestione della peronospora, così come il persistere di periodi di elevata (sopra il 75%) umidità relativa.
Ci aiuta, e non poco, la ventilazione naturale che abbatte l’umidità fogliare e accelera l’asciugatura dopo le piogge. In Friuli, le aree collinari esposte ai flussi d’aria provenienti dal Carso e dall’Adriatico godono di condizioni favorevoli, mentre le zone incassate tra i rilievi o prossime ai corsi d’acqua o nella bassa pianura hanno sempre umidità elevate. Anche il vento, se troppo, non va bene, perchè può causare danni meccanici ai germogli e accelerare la disidratazione fogliare in estate.
Ma il clima è già cambiato e continua a cambiare, ridefinendo le zone vocate. Negli ultimi trent’anni le temperature medie sono aumentate di circa 1,5 °C, anticipando la vendemmia di 2–3 settimane e compresso la finestra di maturazione. In pianura la soglia di stress termico (>35 °C) nelle fasi di fioritura e invaiatura è frequentemente superata.
Quindi la viticoltura sale in altitudine. Le variazioni nei pattern di umidità e vento rendono alcuni siti storici più vulnerabili ai patogeni e rivalutano aree in precedenza considerate marginali per eccessiva aridità o ventosità.