Dalla puntata del 12 gennaio di Vita Nei Campi di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia, l’intervento di Cristina Micheloni. Clicca QUI per ascoltare l’intera puntata.
Un altro effetto critico del cambiamento climatico sull’agricoltura è il crescente impatto delle gelate tardive, in primavera, sui fruttiferi e la vite. Ricorderete che cosa accadde la scorsa primavera sulla fioritura di peschi, albicocchi e ciliegi e forse ricorderete le immagini dei vigneti “riscaldati” per qualche notte con bracieri o ventilatori.
Che cosa succede: la spiegazione sintetica è che il cambiamento climatico rende più frequenti le gelate tardive. A guardare i numeri, in realtà, si nota come non sia proprio così ma che il problema sia che le temperature del tardo inverno sono più alte dell’usuale, cosa che induce le piante ad idratare le gemme che, di conseguenza si preparano ad aprirsi in anticipo. All’aumentare del livello di idratazione delle gemme aumenta la loro suscettibilità alle basse temperature e lì nasce il problema se, di repente, le temperature si abbassano ai livelli “normali” del periodo dell’anno.
Nella vite ciò significa che se le gemme sono già parzialmente aperte o comunque ingrossate perchè idratate e la temperatura scende sotto zero per qualche ora… il danno è fatto, le gemme si “lessano” e da lì uva non ne esce più.
C’è però una caratteristica della fisiologia della vite che può darci una mano: sui capi a frutto vige una gerarchia tra le gemme che da la dominanza alle gemme più lontane dal tronco, ovvero quelle più alte o più lontane: prima si aprono quelle distali e solo dopo quelle man mano più basse.
Se la vite viene lasciata con tralci molto lunghi, il potenziale danno da gelate tardive è relativo, nel senso che solo le gemme già aperte o molto idratate verranno danneggiate, ma quelle “di riserva” più basse potranno prendere il loro posto e compensare il tutto.
Però abitualmente la vite viene potata nei mesi invernali, quindi arriva nel periodo a rischio solo con le gemme già selezionate per la migliore produzione e se vengono danneggiate quelle dal gelo… non si produce più!
La possibile soluzione per gestire il rischio è ritardare la potatura, in modo da usare l’acrotonia (quella storia della dominanza apicale tra le gemme) ed in caso sacrificare solo le gemme distali, quelle in alto che si sono già aperte e sono suscettibili al gelo, ma tenere di riserva le gemme più basse che, in obbedienza alla dominanza delle precedenti, non sono idratate nè aperte e quindi ben sopportano le temperature basse.
Un dettaglio: la dominanza apicale delle gemme funziona tanto più i capi a frutto sono lunghi, perchè ci sono più gemme, e tanto più sono verticali, quindi non devo nemmeno piegarli!
Facile a dirsi, ma come organizzare la potatura del vigneto se riduco il periodo utile per farlo a poche settimane e non uso, come si costuma, i mesi di dicembre, gennaio e febbraio per fare il lavoro? C’è sempre una via di mezzo, che in questo caso si chiama potatura in due tempi, ovvero una pre-potatura che lascia i tralci lunghi, quindi con più gemme, ed una rifinitura quando il rischio gelo è passato. Chiaro che ogni vignaiolo deve fare i conti con le proprie condizioni, meccanizzazione e forza lavoro.
La potatura tardiva o in due tempi sembra avere anche un effetto di ritardo della maturazione, che non sarebbe un particolare di poca importanza.
Vi lascio un paio di video per saperne di più: