Dalla puntata del 12 aprile 2026 di Vita nei Campi di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia: intervento di Cristina Micheloni. Clicca QUI per ascoltare la puntata.
Già abbiamo detto di quanto le condizioni ambientali (suolo, clima, esposizione, orografia…) rendano più o meno agile fare viticoltura e, ancor di più viticoltura bio. Ma siccome il suolo è un punto cardine per il biologico, non per dogma ma per reale impatto su tutto quello che accadrà alle viti nella loro carriera produttiva, ci ritorno un attimo in questa puntata. E ricordiamo che l’auspicio è far durare i vigneti il più a lungo possibile!
Allora che terreni da vite abbiamo in FVG e dove andiamo meglio se facciamo bio, anzi, diamo ulteriore spazio alla qualità ed alla resilienza con le pratiche agronomiche del bio:
I suoli del Collio e di parte dei Colli Orientali, sono caratterizzati dal flysch eocenico, quello che chiamiamo “ponca”, ovvero un’alternanza di strati marnosi e arenacei depositati in ambiente marino milioni di anni fa ed oggi affioranti. Sono suoli con tessitura franco-argillosa, scheletro abbondante, pH subacido e una struttura che favorisce al contempo il drenaggio e una discreta ritenzione idrica più in profondità. Non vi suonerà strano: sono terreni dove la vite si trova bene sia quando piove che in siccità, c’è fertilità ma non troppa…. terre vocate dove fare bio viene naturale! Un particolare: laddove il terreno cambia a distanza di pochi passi, come qui accade, l’approccio biologico alla gestione della fertilità è un vantaggio, perchè lavora non sulla nutrizione diretta delle piante ma sull’incremento della fertilità nel suo insieme, in modo che ogni pianta trovi ciò che necessita.
Più a est, arriviamo al Carso, i suoli sono costituiti da terra rossa, molto poco profonda, con tanti ossidi di ferro e pH basico. L’acqua scappa velocemente e i nutrienti per le piante sono scarsi. Ottima capacità di scambio termico: si scaldano rapidamente e rilasciano calore nelle ore notturne. Le viti qui devono far lavorare le radici ed ovviamente le varietà autoctone sono meglio attrezzate. Con le varietà giuste e qualche attenzione ai rischi di siccità e scottature, la viticoltura bio dà soddisfazione.
Andando a ovest si trovano le colline moreniche, come Buttrio e Manzano, con suoli molto variabili, derivati dal disfacimento di materiali trasportati dai ghiacciai pleistocenici. Sono suoli generalmente profondi, con buona capacità di ritenzione idrica e fertilità media, pH tendenzialmente subacido. Offrono un buon equilibrio tra disponibilità idrica estiva e drenaggio primaverile, rendendoli relativamente versatili dal punto di vista agronomico. Anche qui fare biologico è relativamente semplice, ponendo attenzione a che la fertilità del suolo non induca eccessiva vigoria.
Se scendiamo in pianura arriviamo alle ghiaie e sabbie grossolane della “alta pianura”. Bassa fertilità e pH neutro o subacido. Il ristagno non è mai un problema e di questo le radici sono felici, però ormai è raro vedere dei vigneti, in questa zona, senza impianti di irrigazione per far fronte a periodi prolungati di siccità estiva. Qui diciamo che fare viticoltura bio è un po’ meno semplice ma gestibile.
Scendiamo ancora e arriviamo alla sabbia più fine, accompagnata dal limo ed un po’ di argilla della “bassa pianura”: suoli limoso-argillosi, sicuramente più fertili e capaci di trattenere l’acqua, ma con un gran rischio di ristagno in primavera e nelle annate piovose e correlati problemi di marciumi ed asfissie radicali. Metteteci anche il permanere dell’umidità nell’area della vegetazione e ne risulta una condizione in cui fare biologico è sicuramente più difficile… ma non impossibile se ben dotati di conoscenza e attrezzature.