Dalla puntata del 01 dicembre di Vita Nei Campi di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia, l’intervento di Cristina Micheloni. Clicca QUI per ascoltare l’intera puntata.
Leggendo i quotidiani o seguendo il dibattito politico corrente, si potrebbe avere la sensazione che l’emergenza climatica sia ormai terminata o che si sia trovato il modo per gestirla. Infatti altre terribili emergenze, molto più immediate come impatto sulla nostra vita raccolgono tutta l’attenzione e lo spazio mediatico. La COP di Baku si è appena chiusa, ed era la 29a, ma i contenuti e le deliberazioni finali sono assai miseri rispetto a quanto era successo, per dire, alla numero 21, quella che si tenne a Parigi nel 2015, dove, tra le tante altre decisioni prese, un illuminato ministro dell’agricoltura francese lanciò la campagna “4 per 1000”, ovvero aumentiamo del 4%° il contenuto di sostanza organica nei nostri suoli e forse forse ce la sfanghiamo!
La se i fari dei media e della politica sono fiochi su questi argomenti, la scienza continua a lavorare e a darci evidenza del baratro cui corriamo allegramente incontro. Di pari passo proprio i contadini, anche quelli locali, si misurano costantemente con il problema, anche quando non grandina o non ci sono altri fenomeni estremi, già l’innalzamento delle temperature medie è un serio concretissimo problema.
La settimana che si è appena conclusa ci ha dato modo di riaccedere l’attenzione sul tema sia a livello locale, con il convegno dello scorso martedì, dove il climatologo Filippo Giorgi ci ha rinfrescato la visione per i prossimi anni ma anche diversi agricoltori, ricercatori e tecnici hanno portato evidenza di come le pratiche del biologico siano in grado di meglio adattarsi all’imprevedibilità del clima. Due le parole chiave: gestione del suolo (e qui torniamo al 4%° dell’ex ministro Le Foll) e diversificazione a tutti i livelli ed in tutti i modi possibili.
Casuale, ma non proprio, il fatto che pochi giorni prima sia stato pubblicato dalla Commissione Europea un report di valutazione sul potenziale di mitigazione delle diverse pratiche agricole economicamente sostenute dalla PAC 2023-27. Per mitigazione si intende la capacità, in questo caso dell’agricoltura, di attenuare le cause del cambiamento climatico, ad esempio assorbendo i gas serra o riducendone le emissioni (terza volta che arriviamo al 4%° di sostanza organica in più nei suoli). Ebbene, il report di valutazione della Commissione ci mette ben chiaro su carta come i soldi meglio spesi della PAC, in termini di mitigazione, sono quelli relativi alle misura di diversificazione e rotazione delle colture (28% del potenziale), quelli per migliorare la gestione del suolo con sovesci, inerbimenti e similia (29% del potenziale) e quelli per esplicitamente sostenere il biologico (21% del potenziale). Da notare come il biologico includa anche pratiche di diversificazione e gestione della fertilità fisica e organica dei suoli, ovvero quelli degli altri due macrogruppi. Messa in milioni di tonnellate di CO2 equivalenti per anno e facendo una media tra misure e territori diversi, la conversione al biologico arriva a 6,57, che sono, appunto, i milioni di tonnellate di CO2 equivalenti per anno che il bio può stoccare o non emettere rispetto alla conduzione convezionale.
Insomma, numeri chiari che ci dicono che se siamo seri nell’impegno ad evitare il peggio in termini di clima e vogliamo usare nel miglior modo i soldi pubblici della PAC, c’è poco da girarci attorno, lì vanno messi!
Volete leggere il report per intero: