Si può fare viticoltura bio in Friuli Venezia Giulia?

16.03.2026

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Dalla puntata del 15 marzo 2026 di Vita nei Campi di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia: intervento di Cristina Micheloni. Clicca QUI per ascoltare la puntata. 
La domanda che da oggi vi propongo è “si può fare viticoltura biologica in Friuli Venezia Giulia?” La risposta potrebbe essere assai breve, lapalissiana: certo che sì, tant’è che ci sono un buon numero di aziende ed ettari di vigneto che producono uva bio da decenni, fanno vini buoni ed ottimi e chiudono il bilancio in positivo!
Ma vale la pena di andare a guardarci meglio, perchè chi invece tende a rispondere no, specula sul cambiamento climatico che rende troppo complesso gestire i patogeni, peronospora in primis. C’è poi chi è terrorizzato dalla flavescenza, chi teme produzioni basse e, mettendo tutto assieme, bilanci in profondo rosso.
Non poco terrorismo lo stanno facendo alcuni media che a colpi di titoli ad effetto contribuiscono alla confusione o, se preferite un lessico più diretto, giocano al catastrofismo per incassare facile consenso da parte di chi non ha troppa voglia di ragionare ma non vede l’ora, o ha le proprie convenienze, a balzare a conclusioni preconfezionate.
Ma andiamo per ordine, preparatevi anche qui ad un certo numero di puntate!
Allora, chi ha in mente la viticoltura biologica come quel sistema in cui al posto dei sistemici e di altri fitofarmaci di sintesi si usa solo rame e zolfo… beh, non ha in mente la viticoltura biologica ma un goffo tentativo di rispettare un regolamento senza averlo compreso. Tentativo goffo e foriero di guai, anche al netto di qualche pagamento agro-ambientale incassato!
Per fare seriamente e con successo viticoltura bio (mi verrebbe da dire viticoltura tout court), bisogna partire dall’ambiente, dal luogo di coltivazione. La vocazionalità dei territori non va derubricata a bucolica poesia: in collina, in zone ventilate, sui versanti più asciutti ed assolati, dove c’è un suolo che nutre, caratterizza ma non fa abbuffare la vite, lì la viticoltura biologica c’è e si sviluppa con numeri importanti. Guarda caso, sono i luogi tradizionali della viticoltura regionale!
Attenzione però che il cambiamento climatico, che già galoppa, sta modificando la designazione delle zone vocate. Ad esempio, oggi qualche versante più in ombra diventa interessante, le zone dove il suolo trattiene più acqua anche, qualche area più alta pure.… insomma, vanno bene le zone viticole tradizionali ma sempre con attenzione a come tutto cambia e richiede che anche la viticoltura cambi.
Dopo la vocazionalità delle aree viene la conoscenza dell’agronomia e della fisiologia della vite, ignorando le quali non c’è tecnologia, innovazione, strategia, prodottino nuovo, bacchetta magica che tenga!
Tanto per dare un risvolto pratico al concetto: produzioni sproporzionate per ettaro significano disequilibrio e necessità di “stampelle”, nella fertilizzazione, nell’irrigazione e nella difesa… un modo di fare viticoltura che con il metodo biologico non portano di certo al successo.
Poi l’infrastruttura ecologica, tutto ciò che vive attorno, dentro e sotto il vigneto, inclusa la scelta delle varietà, dei portinnesti e del materiale vegetativo in genere… anche qui, si può scegliere la strada in salita ripida o qualche ampio tornante che vi lasci ciclisticamente tirar fiato.
Infine (per oggi) l’organizzazione dei lavori, la manodopera e la meccanizzazione disponibili: non sto dicendo che si può fare bio solo nelle aziende piccole, ma che la tempestività e l’accuratezza negli interventi di difesa, ma non solo, fanno la differenza. Quindi anche le aziende grandi possono fare bio ma con opportuna dotazione e organizzazione.
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