Prepararsi all’imprevedibilità.

17.06.2024

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Dalla puntata del 16 giugno 2024 di Vita Nei Campi di Rai Radio 1 del Friuli Venezia Giulia, l’intervento di Cristina Micheloni. Clicca QUI per ascoltare l’intera puntata.
Continuano le piogge ed è ormai conclamata un’altra stagione “anomala” per precipitazione abbondanti ed intense, dopo un 2022 di siccità estrema, un 2023 caldo e piovoso ( non sempre) con eventi meteo estremi. Se ormai gli scettici del cambiamento climatico sono rimasti pochi, è ancora difficile accettare che il tratto principale del cambiamento è l’imprevedibilità e prepararvisi non è questione facile.
Vista dalla prospettiva di chi fa il contadino significa decidere che cosa seminare/piantare/coltivare senza avere temperature o precipitazioni medie cui fare riferimento, cosa che comprensibilmente provoca non solo incertezza ma estrema frustrazione. Vero che ci sono i fondi per le emergenze e che le assicurazioni si stanno diffondendo anche in agricoltura, però….perdere il raccolto o non riuscire a fare i lavori come si dovrebbe non predispone all’ottimismo, non è un bel lavorare e la sostenibilità economica dell’azienda è appesa a un filo, pure sottile!
Per andare al concreto di queste settimane: che cosa fare se non si è riusciti a seminare le colture primaverili-estive a causa delle piogge e ci andranno ancora un bel po’ di giorni prima che il terreno si asciughi a sufficienza per poter entrare in campo? Per il girasole ormai i tempi sono scaduti, per il mais anche, a meno che non si pensi a qualche varietà a ciclo breve per uso alimentare. La soia è la coltura più flessibile in termini di data di semina, quindi ce la si fa ancora e con buon agio. Però per molti sarebbe la stessa scelta dello scorso anno e probabilmente anche di quello precedente e, al di là dell’incompatibilità con le normative del bio, la monocoltura di soia senza rotazione costruisce non pochi problemi fitosanitari e seleziona le erbe infestanti più complesse da gestire. Ci sarebbero anche altre colture da considerare, ad esempio di sorgo, che può ben sostituire il mais nelle razioni di polli, suini e bovini. È assai più semplice da coltivare, meno esigente e più flessibile in termini di data di semine, detto in altro modo “ce la possiamo ancora fare a seminarlo”. Il problema del sorgo è però che o ve lo usate nel vostro allevamento o non si trova chi se lo comperi! Intendo che mancano centri raccolta, stoccatori o mangimisti con la mentalità flessibile quanto quella del sorgo e che comprendano come se l’agricoltore deve adattare le proprie pratiche di conseguenza al clima che cambia, pure il sistema agro-alimentare dovrebbe andare di pari passo e adeguarsi. Il peso dell’incertezza e delle difficoltà nel fare agricoltura in un clima imprevedibile rimangono invece solo sulle spalle degli agricoltori. Ci sono anche altre colture last minute come il grano saraceno o il miglio o qualche legume da granella estivo come le varie vigne (fagiolo dall’occhio, fagiolo mungo ecc) o anche il fagiolo classico, il borlotto, però qui la coltivazione è un po’ più complessa, o meglio richiede delle attenzioni in più. Inoltre il successo produttivo è legato all’andamento meteo dei mesi a venire: se ci sarà un’estate asciutta e un bell’autunno non piovoso va tutto bene, se re-inizia a piovere a settembre il risultato è a rischio. Per il fagiolo poi le temperature in fioritura, se troppo alte, sono un fattore critico. Di nuovo quindi incertezza climatica e, come per il sorgo, difficoltà a trovare, dopo la fatica di coltivare e raccogliere, chi possa essiccare, pulire, selezionare, conservare e…. pagare adeguatamente! Vero che si può sempre far da sè, e c’è chi lo fa, però non è lavoro da tutti.
Se da un lato diversificare in agricoltura è più che mai obbligatorio, dall’altro tutte le strutture che operano nel post-raccolta non sono affatto pronte a collaborare con gli agricoltori che sono disposti a farlo. Qualcosa di simile si deve dire anche per la maggior parte dei consumatori, che fa fatica a rivedere le proprie abitudini, a imparare a leggere le etichette, almeno per la provenienza, e a comprendere che spendere troppo poco nel cibo significa che il conto lo salda poi comunque, con la salute, la qualità dell’ambiente in cui vive, il benessere proprio e delle persone che vivono nella stessa comunità o in comunità lontane, le condizioni di vita degli animali allevati.
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